Non capite una parola, ma sapete che quella cultura vi appartiene. Senza saperlo, state guardando l’inizio di una rivoluzione. Una cultura nata tra i palazzi bruciati del Bronx sta entrando nel vostro salotto come un virus benefico, prima ancora che esistesse internet. Questa è la storia assurda di come l’Hip Hop ha attraversato l’oceano ed è sbarcato in Italia.
Per capire perché un ragazzino di Milano o Roma si innamora di questa cultura, bisogna guardare al Ground Zero: il Bronx degli anni ’70. Non era un quartiere, era una zona di guerra causata da una precisa strategia politica chiamata “Planned Shrinkage” (Restringimento Pianificato).
Il governo taglia i fondi ai vigili del fuoco, chiude gli ospedali e dimezza la polizia. L’obiettivo? Rendere la vita impossibile per costringere i poveri ad andarsene. A questo si aggiungono i Bronx Landlords, i proprietari terrieri che, vivendo nei quartieri ricchi di Manhattan, capiscono che un palazzo vuoto vale meno dei soldi dell’assicurazione. Pagano disperati (solitamente 50 dollari) per dare fuoco a interi condomini. In un solo anno, il 1976, i vigili del fuoco del South Bronx rispondono a 33.000 allarmi.
In questo vuoto di potere comandano le gang, come i Savage Skulls o i Black Spades. Non c’era musica, c’era solo il rumore della sopravvivenza. Ed è in questo incubo che qualcuno decide di attaccare due casse alla corrente di un lampione.
Per capire il codice sorgente di questa cultura, bisogna partire dai tre padri fondatori:
Il cortocircuito storico è che, mentre gli italiani cercavano disperatamente di copiare il Bronx, i DJ americani come Bambaataa campionavano i dischi della nostra Italo Disco.
L’anno di svolta mondiale è il 1979 con Rapper’s Delight della Sugarhill Gang. Il brano arriva in Italia e diventa una hit clamorosa, ma nessuno capisce che si tratti di Rap: per il pubblico italiano è solo Disco Music parlata.
Eppure, il terreno era già stato concimato da profezie involontarie. Nel 1972, Adriano Celentano sperimenta il primo extrabeat della storia italiana con Prisencolinensinainciusol. Nel 1980, Pino D’Angiò fa esplodere le classifiche con Ma quale idea, dimostrando che la tecnica dell’incastro vocale era già pronta a esplodere in Italia, pur se legata all’estetica da playboy e non da b-boy.
Senza Spotify e senza negozi specializzati, l’Hip Hop entra in Italia come merce di contrabbando attraverso tre canali:
L’Italia si spacca in due scuole di pensiero, trasformando l’estetica in un’occupazione di suolo pubblico contro l’omologazione imperante.
L’anno zero dello scisma è il 1987. L’Hip Hop italiano si divide per sempre:
Come suonavano i pionieri senza i computer moderni? Usavano il Tape Pause. Per allungare un break di batteria, registravano su cassetta pochi secondi, mettevano in pausa, riavvolgevano il vinile e toglievano la pausa a tempo, ripetendo l’operazione per centinaia di volte. Quel suono sporco, quel fruscio (oggi emulato dai plugin “Lo-Fi”), era il rumore del nastro consumato dalla pura fatica artigianale. La vera svolta avverrà con l’arrivo dei campionatori AKAI (S900/S950), con i loro proibitivi 12 secondi di memoria che costringeranno i producer a creare un suono scarno, essenziale e letale.
Mentre Jovanotti sorride in TV, a Bologna, Roma e Torino la rabbia bolle sottotraccia. Nuovi esponenti (come un certo Neffa, che posa le bacchette della batteria punk per prendere un microfono) stanno per emergere.
La festa spensierata degli anni ’80 sta finendo. I ragazzi usciranno dalle cantine per entrare nei Centri Sociali. L’Hip Hop smetterà di essere un gioco d’importazione americano per diventare la voce rabbiosa e politica di una generazione italiana. L’invasione invisibile è compiuta; la guerra civile musicale sta per iniziare.